Mancano dodici secondi alla fine e Chicago, sopra di due, deve solo tenere la palla. La palla che vale la semifinale WNBA. Forse bisogna fare un fallo e fermare quel cronometro. Forse.“I forgot that we had 5 seconds and honestly, I panicked and got lucky”. Non ricordavo che mancassero 5 secondi e, onestamente, sono andata nel panico e sono stata fortunata. Segni il tiro più incredibile della storia della WNBA e le prime parole che ti vengono in mente sono panico, onestamente, fortuna. Ti vengono in mente e le pronunci. Le pronunci, a caldo, al microfono da cui mezza America ti sta ascoltando. Le scrivi, a freddo, qualche ora dopo. Scripta manent.

Soprattutto dopo un giorno come quel 16 settembre. In poche ore sei Sixth Woman Of The Year, ovvero la miglior giocatrice che esce da tutte le panchine della WNBA, e ti prendi la semifinale del campionato più competitivo del mondo con un tiro che Las Vegas sembra ancora gridare. Ma tu non sei un premio, non sei un tiro. Neanche se un tiro è quel tiro. Tu sei Dearica Hamby. Tu sei quella che sentiamo subito dopo quel tiro. Ti sei presa il mondo, hai scherzato con il tempo e parli di non sapere, di fortuna e, onestamente, di panico. Honestly.

Questa parola sembra magica, sembra uscita dalla bocca di una bambina che sa dire solo la verità. Una bambina che corre, che salta, che mette a referto punti, rimbalzi e recuperi come la donna più forte che ci sia. E in uscita dalla panchina lo sei, la più forte che ci sia. E allora quella palla, quella che vale la semifinale, la rubi e corri. Non sai più quanto manca, non importa, corri, non sai in quale parte del campo sei, corri, sei oltre la metà campo, non importa quanto manca, tiri. Las Vegas grida forte. Metti le mani tra i capelli, corri. Sorridi. Cosa penserebbe di quel sorriso la bambina che sei stata? Just Jike A Woman.

La donna bambina cantata da Bob Dylan oggi sei tu e qui puoi essere tutto quello che vuoi. “Just like a woman”, o “like a little girl”. 
Ragusa ti aspetta, Dee. 

Lia Valerio