L’attacco e la parte nobile del gioco. Ops. L’attacco è la parte nobile del gioco. Ci va l’accento, su quella “e”. Perché lo credono tutti che l’attacco sia la parte nobile del gioco. Anche chi non lo ammetterà mai, tra i 23 punti sul tabellino di gara due e i 9 su quello di gara uno, sorriderà sempre al numero più grande. Anche se dietro al 9 si nasconde un oceano di gesti tecnici e tattici straordinari. Il 23 mostra che l’attacco è la parte nobile del gioco, perché è quello che si vede. E quello che non si vede? Quello che non si vede è un numero che non è una statistica. È una maglia. Una maglia che racconta che l’attacco è bello, l’attacco è arte, ma non è la parte nobile del gioco. Però dai, risolve un sacco di problemi, l’attacco. Vince le partite. Non può essere la difesa quella nobile. Una difesa uno contro uno che all’attaccante passa la voglia di palleggiare, di tirare e anche di vivere, non è nobile. Non è nobile mettere il braccio intorno alle spalle del tuo playmaker che ha abbassato la testa per aver perso un pallone. Tornare indietro e tuffarsi su una palla che neanche Manuel Neuer del Bayern Monaco al novantesimo della finale di Champions League. Nein, no, non è nobile per niente. Come non lo è difendere prima su una, poi sull’altra e poi sull’altra ancora aspettando che una tua compagna rientri. Non è nobile rinunciare a un tiro che c’è, solo perché la tua squadra ha bisogno di giocare insieme. Non è nobile e forse neanche legale mangiarsi palla e avversario nell’ultimo possesso difensivo di gara due di un quarto di finale. In gara due alla voce punti c’è un bel 23 e il problema della nobiltà è proprio di esserci a prescindere dal 23 ed esserci sopratutto a prescindere dal 9 di gara uno. Non si fa vedere, non si fa spiegare. Men che meno dai numeri. La nobiltà li odia, i numeri. Pensa solo a legarli tra loro. Perché non c’è niente, niente che leghi di più di una mano su una spalla. Niente che leghi di più di una corsa fatta per qualcun altro. Non puoi spiegare come fai a rinunciare a un pezzo di te per un bene superiore che si chiama vincere la partita. Non vuoi spiegarlo. Lo fai e basta perché ubi maior, minor cessat. Perché maior è vittoria e tu, singolo giocatore, tu sei minor e allora devi fare quello che non si vede e che non si spiega. Questo non si può insegnare. Si può solo imparare. E si deve imparare a non vedere il 23 o il 9. Si deve imparare a vedere il 15. La tua maglia. È il 15 la parte nobile del gioco.