2021. Metà marzo. Mercoledì. Due e mezza del pomeriggio. Al PalaMinardi poca gente e tanto silenzio. Niente musica, non ancora. Alle quattro si gioca una partita, ma sembra ci sia una mostra. E se guardi bene, un’opera d’arte lì dentro c’è. Non è un quadro pieno di colori. Quasi non si capisce cosa sia e allora, di nuovo, guardi bene. È una tela tutta dipinta di bianco, talmente discreta che da lontano non si vede. Da vicino, però, da vicino brilla. Si vede da due occhi che la incontrano e cambiano all’improvviso. Si vede da un sorriso dipinto di nostalgia. Da un abbraccio un po’ più forte e uno un po’ più lungo. Da qualcosa che colora gli sguardi. Sarà mica commozione? Sì, è commozione. Un’ora e mezza prima di Ragusa-Broni, c’è gente con la gola annodata. Può una tela dipinta di bianco emozionare così? Può se ti fermi ad apprezzarne ogni pennellata. Perché non sono sempre i colori sgargianti a smuovere le anime. Vedi solo bianco e dici “potevo farlo anch’io”. Vieni più vicino allora, che non è solo bianco. Ci sono cento tratti di pennello e gradazioni diverse. Dall’avorio al sabbia, dal ghiaccio al fumo. Agnese Soli è una tela dipinta di bianco che da lontano potevi farla anche tu, ma da vicino è così elegante che ti mangia gli occhi. E sai chi sono quei quattro sentimentali che si sono emozionati? Quelli che l’hanno vista più da vicino. Quelli che lei ha reso più belli, perché è questo che fa una tela bianca. È questo che fa un playmaker. Il bianco le cose belle le fa splendere più forte, un playmaker i compagni di squadra li fa diventare migliori. E certa arte non sta bene in un garage. Sta bene in un salotto pieno di luce, perché lei la luce la prende e la regala a chi le sta intorno. A tutta la sua squadra e anche di più. Avvicinati, che se non ti avvicini non capisci che puoi darla per scontata, ma se la togli dal muro ti manca. Manca perché il bianco illumina di un altruismo disarmante che compensa ogni egoismo. Tu ti toglieresti il colore di dosso per darlo alle tue compagne? Lasceresti che le difese ti stiano lontano due metri perché sanno che non hai tiro da fuori, ma che se inneschi le tue compagne è un casino? In una partita di un anno e una pandemia fa, 14 dei primi 16 punti sono arrivati da suoi passaggi. Nessuno l’aveva capita quella difesa, neanche chi la stava facendo. Lei l’ha bullizzata. Ma lei è ghiaccio, non si vede. Lei è avorio e per partite intere ha difeso da sola il pick n’ roll Dotto-Grudà. Sì, Dotto-Grudà. Senza chiedere aiuto perché, per un fine più alto che si chiamava “vincere la partita”, l’aiuto era meglio non arrivasse. E non ha mai perso la testa quando le difese le stavano lontano. Provaci a non perdere il controllo, quando sbatti la testa così forte contro i tuoi limiti. Quattro Finali Scudetto. Perse sì, ma lei è il playmaker che ha guidato la nostra bella squadra in verde per tre delle quattro finali che ha disputato. Quattro candidature all’Oscar, come Di Caprio. Avresti mai detto a Leo che era scarso perché non lo vinceva, quell’Oscar? No, perché ti avrebbe preso a martellate come il cranio di Old Ben in Django Unchained, “bugiardi, perdigiorno, figli di puttana” incluso. E avrebbe avuto ragione. Lei l’Oscar non lo ha vinto e mi viene da sbattere il martello come Leo e dire chi se ne frega. Perché in quel mercoledì di marzo l’emozione è arrivata fino al tetto del PalaMinardi e ritorno. Emozione è stato un tremolio negli occhi. Un suono uscito stropicciato dalla bocca. Un sorriso piegato forse da felicità, forse da amarezza, forse da tutte e due. Sono state due mani che non si volevano lasciare alla faccia dei colori delle divise. Da lontano si vedevano due punti e sette assist. Da vicino era accecante la serenità di chi ci giocava insieme. E allora tieniti gli Oscar, le statistiche e i tiri non presi. Io mi tengo gli applausi immaginati quando la partita è iniziata ed è finita tra un mazzo di fiori e una torta che sapeva di grazie. Chi ha saputo guardare dentro al bianco mi ha aiutato a immaginare quell’applauso e sentirlo fortissimo. Non si fanno le standing ovation alle tele, figurarsi alle tele bianche, ma questa è troppo, troppo bella. E adesso nel salotto della Serie A femminile mancherà la luce di un’opera d’arte bellissima. Mancherà Agnese Soli, L’Ultimo Dei Playmaker.

Lia Rebecca Valerio