In Italia lo sport nazionale non è il calcio. È pensare che l’Italia sulla carta sia più forte. Più forte della Turchia, della Svizzera e del Galles. Dell’Austria neanche parlarne. Così le prime vittorie all’Europeo non sono subito vittorie. Sono l’altro sport nazionale, quello del “abbiamo giocato contro nessuno”. “Nessuno” era anche la Svezia che nel 2017 ha fermato la corsa dell’Italia verso i mondiali. E quando perdi contro “nessuno” che fai? Nascondi la testa sotto all’erba e riparti dal fatto che sulla carta non sei poi così forte. Che quelle scarpe d’oro bisogna sporcarle di fango. La Nazionale di Roberto Mancini lo ha fatto, il suo popolo forse non ne è capace. Quei calciatori che abbiamo chiamato “viziati” e “strapagati” hanno messo la testa sotto l’erba. Noi no. Per noi, sulla carta, l’Italia del calcio potrebbe essere sempre campione del mondo. Poi siamo anche i primi a fare festa quando gli scarsi danno lezioni ai forti. Se il più forte perde, tutti con le braccia al cielo perché dai, così è più bello, è così che i bambini sognano. Per noi che l’Italia del basket femminile all’Europeo era già in semifinale. La sconfitta di misura con la grande Serbia, poi due vittorie contro Grecia e Turchia. Spareggio con la Svezia per accedere ai quarti. Spareggio contro “nessuno”, poi ai quarti la Bielorussia, altro nessuno, ed ecco che facevamo già l’occhiolino alla semifinale. E invece mica è così scarsa, la Svezia. La Svezia gioca a basket e lo fa con la testa più bassa rispetto a un’Italia che sulla carta, come sempre, ha più qualità. E quando perdi che fai, popolo d’Italia? Non ridi più? No, perché tra le due quella più forte è l’Italia. Sei tu, siamo noi. Volavamo verso l’infinito e oltre, e l’infinito ci è arrivato in faccia.

Se smettessimo di pensare che “siamo più forti”? Se pensassimo che può capitare di essere sotto di dieci contro la Svezia senza andare nel panico perché “siamo più forti, non è possibile”? Se pensassimo che l’Italia può anche sbagliare? Sbaglia quando storce la testa per rimarcare una palla persa di una compagna dopo un minuto di gioco. Sbaglia quando l’allenatore dice tre volte “guardiamo il passaggio dentro” e invece tira dopo il primo hand-off. Sbaglia sì, perché gli allenatori passano notti a decidere cosa fare in una situazione lunga tre decimi di secondo. È il loro lavoro. Lavoro preso a sberle da chi non è capace di inghiottire il proprio ego per un momento e da chi pensa di sapere quale sia il tono di voce ideale da usare nel time-out. Magari il coach sa che se perde la calma e si mette a urlare, la sua squadra va fuori di testa e allora resta calmo. Noi non possiamo sapere come reagirebbe la squadra alle sue urla, lui invece sì. La Serbia maschile le ha prese di santa ragione dall’Italia al Pre Olimpico di Belgrado. La Serbia è stata presuntuosa? Probabile, ma la Serbia ha perso perché uno solo vince. Ha perso perché l’Italia di Meo Sacchetti ha giocato una partita perfetta, in fiducia, consapevole e umile. E l’ha vinta.

L’Italia di Mancini non è più forte della Spagna. E allora anche lei, umile e consapevole, davanti alla straripante tiki-tecnica iberica fa due passi indietro. Macchia di umiltà quel bel gioco azzurro, aspetta. E forse, forse, senza la lezione Svezia 2017, non avrebbe saputo accettarlo. In finale contro l’Inghilterra ha commesso un errore e ha preso goal al secondo minuto. Quel goal se lo è mangiato e si è presa l’Europa. Iniziamo a pensare che l’errore è l’essenza del gioco e a capire che i giocatori possono sbagliare. Che non devono sentire il bisogno di togliersi dal collo la medaglia d’argento per mostrare al mondo il loro dispiacere. Perché nel calcio quasi tutti gli sconfitti si tolgono la medaglia dal collo. Lo hanno sempre fatto. Gesto paurosamente poco sportivo, miserabile, imperdonabile. Alle Olimpiadi non è ammesso, pena la squalifica. Noi lo abbiamo notato domenica perché c’era l’Italia sul gradino più alto del podio, ma una miriade di giocatori lo ha fatto prima degli inglesi. Italiani inclusi. Dopo la finale di Europa League persa con il Siviglia, Conte e Godin tengono la medaglia sul petto, gli altri la tolgono. Ultimo della fila? Uno dei vincitori della finale di domenica. Fanno lo stesso un altro vincitore di domenica e molti suoi compagni dopo la finale persa dalla Juventus con il Barcellona nel 2015. Lo fanno quasi tutti, ma noi non ce ne accorgiamo perché non osserviamo. E non osserviamo perché abbiamo la vista annebbiata dal risultato. Altrimenti lo ricorderemmo, il passato. Sapremmo che non è un disonore perdere una finale e arrivare secondi. E ci chiederemmo perché i giocatori sentano il bisogno di compiere un gesto indegno pur di manifestare il disagio per un secondo posto. Kalvin Philips prima toglie la medaglia, poi la bacia. Come se, tra le due, la cosa da non fare fosse la seconda. Dopo la finale di Champions persa contro il Chelsea, la notizia è Pep Guardiola che bacia l’argento che ha sul petto, non i suoi giocatori che se lo sfilano dal collo. Ancora, non osserviamo e dimentichiamo. Dimentichiamo tutto, anche i fischi italiani all’inno della Svezia a San Siro, con Gigi Buffon a battere le mani come a dire “smettetela, non è questo lo sport”. Non ricordiamo che ogni anno ci esaltiamo per i progetti delle squadre incentrate sui giovani. A giugno abbiamo esaltato l’Inghilterra dei giovani. Abbiamo visto la bellezza di una squadra che guarda al futuro. Mica come l’Italia, che “va ancora avanti con Chiellini e Bonucci” e “basta”. I tre rigori inglesi li hanno sbagliati ragazzi che hanno dai 23 anni in giù. E non lo sappiamo come sarebbe andata a finire senza Chiellini e Bonucci, senza le follie, le trattenute e i palloni spazzati e sciacquatevi la bocca. Avremmo il coraggio di trovare bellezza, se quello che qualcuno ha sportivamente soprannominato “Dollarumma” non avesse chiuso la porta agli inglesi e a tutti gli altri ex imperi e le loro colonie? Prima della finale, la Regina Elisabetta scrive una lettera a Gareth Southgate nella “speranza che la storia ricordi non solo i vostri successi, ma anche lo spirito, l’impegno e l’orgoglio”. La Regina, che di certo un po’ di nobiltà nell’anima ce l’ha, parla di spirito impegno e orgoglio prima di sapere il risultato finale. Quasi un secolo di vita e di corona di quello che è stato un impero, qualcosa glielo hanno insegnato. Le hanno insegnato che tutti i popoli sono fortissimi quando c’è da ricordare i successi, ma scarsi, scarsi, scarsi quando c’è da ricordare lo spirito e l’impegno. Tutti i popoli sanno essere signori, quando vincono. Lei sembra saperlo e a Southgate fa l’augurio migliore che si possa immaginare. Ma noi non lo vediamo. Vediamo i casi isolati, quelli di cui i popoli si riempiono la bocca. Ci culliamo nell’eleganza di Matteo Berrettini a Wimbledon e diciamo l’Italia sì, che sa perdere. Mica come gli inglesi. Solo che il tennis è un altro universo, un altro tempo che sgomita con delicatezza nella schizofrenia dello sport moderno. Nel tennis le partite si guardano in silenzio, te lo immagini? Luis Enrique a Roma qualche partita l’ha persa. Lo abbiamo trattato come un incompetente. All’Europeo ha passato il girone dribblando Covid, avversari e giornali spagnoli che scrivevano critiche degne di una banda di criminali (per i criminali veri, citofonare Àlvaro Morata). Antipatico Luis Enrique. Antipatico che osanniamo appena fa i complimenti agli azzurri dopo averci perso. E poi via, subito a dire che è un uomo diverso. Come se lo conoscessimo. Subito a dire che ha “saputo riconoscere la bellezza in una partita da sconfitto”, che “lui lo sa che una partita si può anche perdere”. Lui sì, lo sa. Tutti gli uomini che lasciano pezzi di vita su un campo lo sanno. E ora, imagine all the people, se Mancini o Sacchetti dopo aver perso avessero avuto il coraggio di trovare bellezza nella sconfitta. Nella sconfitta in generale, non nella sconfitta in finale. Noi, popolo italiano, avremmo avuto coraggio insieme a loro?

Roger Federer ce l’ha. Roger Federer ha 20 slam in bacheca e sembra non abbia più diritto di divertirsi con la racchetta magica in mano. Solo perché non vince, noi abbiamo deciso che non è più grado di trovare bellezza dove vuole e finché vuole. Perché, ancora, giudichiamo solo e soltanto guardando il punteggio. Se lui trova bellezza nell’erba verde e nel vento di Wimbledon, se la trova in se stesso o in chi lo guarda, il diritto di farlo è suo e sarà suo finché lo vorrà. Anche se il campo dice che non è più come prima, che il sipario è sempre più chiuso e il palco sempre più scuro. Lo canta Noah Gundersen e lo canta bene, come tutte le cose del mondo. “Until we all go back to being nothing at all, nothing but a spark in someone’s eyes”. Federer ha diritto di restare su quel palco finché non sarà più niente, tranne una scintilla negli occhi di qualcuno. Come se essere una scintilla negli occhi di qualcuno fosse poco.

Lia Rebecca Valerio