Alla giornalista di ESPN che le chiede cosa non abbia funzionato nella difesa delle sue Seattle Storm nei primi tre quarti di Gara 2 di semifinale, lei sorride appena. «A lot of times you see shooters hittin’ shots… It starts way before that»: tante volte vedete i tiratori segnare, ma tutto ha inizio molto prima. Sono quattro ori olimpici e quattro ori mondiali, tre anelli WNBA e due titoli NCAA a parlare. Sue Bird ha trentanove anni, il dieci sulla schiena e un fiore di loto stampato sulle scarpe. Seattle è superiore, ma quella sera Minnesota ha lo spirito della squadra vincente che è sempre stata. Lo spirito di chi non regala niente. Alla domanda di Holly Rowe, lei alza lo sguardo. La sua scarpa è la Kyrie 6 e il fiore che c’è sopra è un simbolo antico come il mondo. È quello che si vede in The Karate Kid, dai la cera, togli la cera e Sue Bird quella scarpa l’ha chiamata “Mr. Miyagi”. Lo sa tutta l’America. Là in mezzo, il Maestro Miyagi è lei. A Holly Rowe risponde con quella che si chiama KISS Rule, «keep it simple, stupid».

Spiegalo in modo semplice, perché la pallacanestro è semplice. Vedi il tiratore segnare e pensi che il difensore sia arrivato in ritardo, ma inizia prima. Before. Chiediti come mai quel difensore è arrivato in ritardo. Magari perché prima ha aiutato una compagna. Molto prima. Way before. Magari quella compagna ha commesso un errore perché avrebbe dovuto seguire su un blocco invece di tagliare. E se iniziasse ancora prima? Magari l’attaccante ha usato il blocco in modo perfetto. Magari il blocco era fatto troppo bene. «Molto prima» vale per la difesa e vale per l’attacco. Vedi uno step back da tre punti entrare e pensi sia bellissimo, ma inizia prima. Inizia da quella che rinuncia a un tiro semplice per regalarne uno difficile a chi, lei lo sa, farà canestro. Inizia dalla lettura che ha costruito quel tiro. Inizia da quell’allenamento durato tre ore. Da quella volta che hai maledetto il gioco a metà campo e chi l’ha inventato. Sue Bird non voleva andare così lontano nel tempo. Voleva fermarsi all’inizio dell’azione e dire che sì, il tiro è quello che si vede ma before, way before, c’è tutta la vita. un passaggio, mezzo secondo di anticipo, mezzo secondo di ritardo. Un centimetro più a destra, uno più a sinistra. Ci sono giorni, mesi, stagioni. Il 16 ottobre compirà quarant’anni e a quell’età il tuo mondo non sono più secondi e centimetri. Sono anni e chilometri. Sono pezzi di vita che scorrono più lenti e più belli. Non si spiega altrimenti quella specie di sorriso, non si spiega la grandezza dentro ai suoi occhi. Gara 2 la vince Seattle, Gara 3 pure. Ne vince tre anche con Las Vegas e oggi si sveglia campione WNBA. Lei si regala il quarto anello. Nella commozione che le piega gli occhi solo per un attimo c’è tutto il tempo che le appartiene. Forse se ne regalerà ancora, forse no. Non importa, adesso è tutto suo. Quello per cui si è battuta dentro il campo e fuori per sedici anni e anche di più. Nessun trucco. «I’ll cry». Le viene da piangere, ma non lo fa. Ogni parola che dice vale un campionato, si vede negli sguardi delle sue compagne. Perché i campionati non partono dalle finali. Partono prima. Before. Way before. 

Lia Valerio